Intervista a Lorenzo Del Bianco, ceo di Dude, che ci racconta il nuovo modello di crescita del gruppo basato su partnership con realtà imprenditoriali indipendenti, già sperimentato con Rude e ora replicato con Kotton

L’espansione dell’offerta di DUDE passa da un nuovo modello di partnership già sperimentato con Rude e ora replicato con Kotton, realtà guidata da David Abravanel (ex martech e adtech in Google) e Tommaso Pietrarelli (ex growth in Jellyfish), specializzata in strategia e gestione media, ottimizzazione creativa e misurazione potenziata da AI proprietaria.
Un nuovo approccio che, come racconta il ceo e founder Lorenzo Del Bianco, punta a costruire un ecosistema di realtà imprenditoriali partecipate da DUDE, superando la logica tradizionale dell’acquisizione tipica dei grandi network. E il percorso, assicura Del Bianco, è destinato a proseguire con nuove partnership già in fase avanzata.
Da dove nasce questa evoluzione del modello DUDE? È una risposta al mercato o una vostra visione strategica?
«Nasce da entrambe le cose. Da un lato volevamo crescere, rafforzare alcune aree e allargare l’offerta; dall’altro il mercato richiede sempre più un approccio ampio. Noi eravamo focalizzati su una fascia alta e molto distintiva della comunicazione, che è sicuramente posizionante, ma che a volte può diventare anche un limite.
I grandi clienti spesso cercano partner verticali diversi per creatività, social, media o digital, mentre i clienti medi o più piccoli hanno bisogno di qualcuno che segua tutta la filiera. Ci capitava quindi di dover rinunciare a gare o opportunità perché ci mancavano alcune competenze specifiche».
Ed è qui che entra in gioco il modello delle partnership?
«Sì. Ci siamo resi conto che forse il modo migliore di crescere non fosse continuare a creare nuove ‘DUDE’ internamente. È un salto molto complesso, imprenditoriale e le risorse interne non sono per definizione infinite. Con Rude, un anno e mezzo fa, abbiamo capito che poteva esistere un modo differente e forse più contemporaneo di costruire un network.
L’idea è semplicemente quella di lasciare agli imprenditori la guida del business, entrando con quote di minoranza ma dando loro accesso a brand equity, credibilità, opportunità di mercato e clienti. Nel caso di Rude, DUDE è volutamente entrata con una quota importante ma di minoranza e il modello ha funzionato molto bene fin dal primo anno».
Con Kotton applicate quindi lo stesso schema?
«Sì, più o meno la stessa formula. Loro guidano il business perché sono molto forti su media e tech, mentre noi portiamo supporto creativo-strategico, credibilità e accesso ai clienti. Kotton nasce da un approccio molto contemporaneo al media, estremamente consulenziale e tecnologico AI based. David arriva da Google e Tommaso da Jellyfish: hanno competenze molto verticali e un modo di approcciare questo mondo estremamente innovativo».
Che differenza c’è rispetto a Rude?
«Rude è una realtà più ‘supplementare’ rispetto a DUDE, perché di fatto fanno il mestiere che abbiamo sempre fatto anche noi. Se non fossero partner, potremmo a tutti gli effetti definirli dei competitor. L’integrazione con loro sta più nelle differenze a livello di dimensioni, di approccio creativo e dinamicità.
Kotton invece è assolutamente complementare a noi: ci permette infatti di arricchire il nostro approccio fortemente “creative driven” con una fondamentale componente “data driven”. Questo ci consente di ampliare davvero l’offerta e di accedere potenzialmente a progetti o gare che prima non potevamo coprire completamente».
Che tipo di sinergie state già sviluppando insieme?
«Abbiamo già lavorato insieme su clienti come Mango e GI Group. In alcuni casi Kotton ci supporta sul fronte strategico media e; in altri siamo noi a supportare loro con creative strategy, in altri ancora si tratta di un’integrazione totale tra media, tecnologia, creatività e perché no anche produzione. La cosa interessante è che il modello è trasversale a tutte le società del gruppo: non riguarda solo DUDE Milano, ma anche DUDE Design, DUDE London e in alcuni casi anche DUDE Originals».
Questo cambia il posizionamento di DUDE?
«Sì ma no, perché DUDE rimane esattamente quello che è sempre stata, se ci riferiamo a quel tipo di qualità creativa e produttiva che l’ha sempre rappresentata.
Quello che cambia, e a dire il vero è già cambiato da tempo è che non ci consideriamo un’agenzia creativa. L’agenzia, anzi preferisco dire la creatività e l’advertising sono solo alcune delle cose che facciamo. Ma è già chiaramente così da anni, non è una novità di oggi.
E visto che è sempre difficile togliersi di dosso le etichette, posso spoilerarti che usciremo presto con un nuovo posizionamento “ufficiale” con rebranding annesso. Ecco, presto quanto non te lo so dire.
Tornando ai partner invece, loro mantengono il proprio nome e la propria identità. Non esiste volutamente una ‘Dude Media’, e non si chiama così proprio perché non controlliamo Kotton, come non controlliamo nessuno dei nostri partner.
In una riga riassuntiva, vogliamo preservare il valore del brand DUDE ampliando tuttavia l’offerta attraverso un ecosistema di partnership di alto livello».
Quindi vedremo altre operazioni di questo tipo?
«Sì, stiamo lavorando ad altre partnership e probabilmente ne annunceremo almeno un’altra nei prossimi mesi. Ce ne sono alcune già in fase avanzata e altre ancora aperte.
Sono tutte operazioni diverse tra loro: in alcuni casi si tratta di realtà complementari a ciò che facciamo, in altri di competenze più vicine al nostro business. Il modello però rimane lo stesso: quote di minoranza e imprenditori lasciati liberi di guidare il business».
Hai parlato di un approccio diverso rispetto ai grandi gruppi. In che senso?
«Nel modello tradizionale dei grandi network o sei un competitor oppure vieni acquisito e integrato. Noi crediamo invece che nel 2026 abbia più senso collaborare con realtà indipendenti e molto verticali, quasi delle botteghe creative o consulenziali.
A un certo punto ci siamo resi conto che non volevamo diventare un gruppo enorme dove tutto si assomiglia. Ci interessava di più costruire una costellazione di persone brave, autonome, appassionate.
Ci piace l’idea di lavorare con imprenditori che hanno fame, carattere, manie, una visione precisa delle cose. Anche diversa dalla nostra. Persone che non vuoi inglobare, ma proteggere e aiutare a crescere. In fondo pensiamo che il futuro del nostro mondo non saranno grandi macchine indistinguibili, ma piccole botteghe contemporanee capaci di collaborare tra loro senza perdere identità.».
Quanto conta, in questo senso, essere indipendenti?
«Conta tantissimo. DUDE, la capogruppo, è posseduta al 100% da quattro persone fisiche e questo ci permette di prendere decisioni senza logiche finanziarie troppo rigide. Possiamo investire, sperimentare e ragionare sul lungo periodo. È sicuramente complesso competere con gruppi molto strutturati, ma allo stesso tempo rispetto a loro abbiamo una libertà e una velocità decisionale enorme».
Parlando invece di AI: come pensi cambierà il business delle agenzie?
«Il capitolo sull’intelligenza artificiale andrebbe diviso in tanti sottocapitoli. Tutti istintivamente pensiamo a quella generativa, che sta chiaramente rivoluzionando il mondo della produzione, tanto che è già oggi impensabile lavorare senza implementare questi strumenti.
Ma la vera rivoluzione, a mio avviso, sarà un’altra: riguarderà i processi e il modo in cui le aziende gestiranno conoscenza, dati e informazioni».
E il rischio che le agenzie vengano sostituite?
«Sinceramente non credo che l’AI sostituirà le idee, credo piuttosto che renderà insostenibile la mediocrità. Tutto ciò che è generico, prevedibile o prodotto per inerzia verrà automatizzato molto velocemente. Per questo oggi il valore non è solo “fare”. È avere gusto, visione, sensibilità, capacità di collegare cose diverse e costruire un punto di vista distintivo. L’AI aumenta enormemente le possibilità produttive, ma non decide cosa vale davvero la pena fare».
Che bilancio fate del 2025?
«È stato un ottimo anno. DUDE Milano si è consolidata ed è cresciuta molto rispetto all’anno precedente. Ma soprattutto si sono consolidate le altre realtà del gruppo, come DUDE Design e DUDE London.
Anche Rude ha chiuso un primo anno eccezionale, confermando che la direzione intrapresa fosse quella giusta. L’aspetto più interessante, però, è che il lavoro costruito nel 2025 sta già portando risultati concreti anche nel 2026».
Tra i nuovi clienti acquisiti nella prima parte dell’anno si segnalano KFC e Canva per DUDE Milano, GB Foods per DUDE London, Colussi e Sisal per DUDE Design e Ikea per l’area branded content di DUDE Originals.
Luca Orma








