Dalla curiosità e dall’iniziativa di Guido Avigdor, co-fondatore di Eggers, e Italo Draperi, tra i primi a partecipare alle ‘covate’ con cui l’agenzia torinese coltiva talenti, è nata MoviesgiAI, una casa di produzione basata sull’intelligenza artificiale che si muove controcorrente rispetto all’estetica di questa tecnologia. BrandNews ne ha parlato con Draperi per farsi raccontare i progetti, il perché dell’elogio dell’imperfezione e come sta cambiando il mercato italiano della produzione.

Per cosa sta la G di MoviesgiAI?
“La G sta per Guido, ovviamente, perché ci teneva ad essere nel nome ma stando nascosto in una sola lettera. No, scherzi a parte, è un pezzo del termine sgiai che in dialetto piemontese si usa quando qualcosa ti fa rabbrividire perché ti fa senso, ti urta in modo viscerale, tipo le unghie sulla lavagna per capirci. Diciamo che non ha un’accezione propriamente positiva … ma è qualcosa che ti tocca nel profondo e che tu lo voglia o meno non puoi rimanere indifferente. In questo senso, era bello accostarla a quel mondo ‘plasticoso’, perfetto e idealizzato che solitamente associamo all’AI. Non perché vogliamo fare cose brutte, ma perché penso che le imperfezioni siano ciò che rende interessante e unico quello che facciamo. Un po’ come un’immagine di library vs una amatoriale, la prima è oggettivamente perfetta, ma la seconda è umana”.
Dai rubamatic agli AImatic: qual è la situazione in Italia? Com’è fatta la competizione? Qual è il vantaggio maggiore? La velocità di realizzazione? Il risparmio economico?
“Non ho idea di cosa succeda nel mercato, ma ricevo un’enormità di richieste e per questo ho deciso di mettere insieme una piccola squadra di giovani talenti con cui affrontare l’impennata di richieste, qualunque esse siano. In passato si usavano due tecniche: lo storyboard statico o semi-animato e il rubamatic, il primo riusciva a rappresentare in modo molto preciso la creatività a discapito di una scarsa carica emotiva, mentre il secondo si prestava bene per rappresentare un mood, ma difficilmente era utile per scendere nel dettaglio.
L’AImatic riesce a fondere bene entrambi gli aspetti: da un lato, possiamo costruire l’ambiente, il casting, la fotografia esattamente come la vogliamo, e inoltre possiamo rendere tutto molto più ‘vivo’ e dare davvero una sensazione precisa di quello che vogliamo ottenere.
Immaginiamo un AImatic in cui il protagonista improvvisamente sbadiglia: se il montaggio è ben fatto, la musica è giusta e l’idea è vincente, quello sbadiglio fatto in AI sembrerà vero e andrà a toccare esattamente le corde che vogliamo toccare nello spettatore in modo molto più efficace di quello che avremmo potuto simulare in passato. Quindi, anche se dall’esterno il vantaggio dell’AI può sembrare la velocità di realizzazione o il risparmio economico, questo è vero solo in parte, perché in realtà, almeno per me, è proprio la maggior efficacia del risultato finale, cioè ridurre lo scarto tra l’idea e il prodotto finito”.
Per Draperi, che nasce come video editor ed è cresciuto in un mondo già digitale, ma non ancora spinto dall’algoritmo, l’uso dell’IA da solo non basta. “Se non sai cosa vuoi, sicuramente non saprai mai trovarlo. La tecnologia dà l’illusione che si possa ottenere tutto subito ed essere soddisfatti, ma non penso sia davvero così”. E saper scegliere su cosa focalizzarsi, aggiunge, è un’attitudine che va allentata con costanza. Anche saper tagliare, dove e cosa, è importante, spiega, perché serve a dare un senso compiuto alla storia. Con l’IA, questa misura diventa centrale: “è come una specie di super potere dove non conta strafare, ma capire su cosa vale la pena fermarsi”
Nella presentazione di MoviesgiAI si parte da un elogio dell’imperfezione che rende molto più realistico il prodotto visivo proprio perché la luce non è sempre quella dorata del tramonto e tutto è levigato. Non c’è il rischio di far apparire troppo realistica l’IA? Quali sono, se ci sono, le linee guida etiche?
“Nella presentazione si ironizza sul mondo dorato dell’AI come reazione a chi usa questo mezzo per realizzare prodotti fatti in serie: tutti uguali, tutti belli (uguali), stereotipi deliziosamente neutri. Fortunatamente, le cose vanno così veloci che oggi chiunque può produrre un video bello (ma inutile) anche dal telefono, anche senza un’idea, basta chiedere a ChatGPT un suggerimento e seguire le sue indicazioni. Mettere in bella idee inesistenti: questo è esattamente quello che non mi interessa dell’AI. Dall’altro fronte, capisco le critiche e le paure che si porta dietro l’idea di un’intelligenza artificiale sempre più simile al reale, ma credo che le persone impareranno a riconoscerla dove è necessario (fake news) e a dimenticarla dove non serve (intrattenimento). Quando guardiamo un film oggi non stiamo tutto il tempo a pensare agli effetti speciali che sono stati usati, o comunque anche se lo facciamo questo non rende meno ‘vero’ il film.
Mi succede una cosa simile con mio figlio di 6 anni che sta iniziando a capire la differenza tra realtà e finzione, personaggi e attori che recitano. Tutto questo lo manda in confusione e fa un sacco di domande. La situazione si complica quando il film tratta una storia vera e così lui passa tutto il tempo in loop a chiedermi cosa è vero e cosa no. Dopo la centesima risposta provo a dirgli di rilassarsi e seguire la storia se gli piace perché il resto non conta. Per ora non sono sicuro di averlo convinto, ma sulla lunga durata penso di avere delle chance”.
A.C.





