Il ‘caso’ Ferragni nella lettura di 40Degrees è utile non perché sia eccezionale, ma perché esemplare
A poche settimane dalla sentenza che ha prosciolto Chiara Ferragni dall’accusa di truffa – dopo il risarcimento e il ritiro delle denunce da parte delle associazioni dei consumatori che erano partite lancia in resta – l’agenzia 40Degrees, con il supporto del team insight di Openbox, ne ha analizzato le ricadute per capire cosa resta del personal brand quando si placa il rumore e quanto influirà sul prossimo futuro.
L’obiettivo che si è posto l’agenzia, specializzata in progetti con influencer, talenti e creator, è “osservare lo scarto crescente tra percezione pubblica e comportamento reale online”, senza giudicare, ma mettendo in relazione dati social, conversazioni web, sentiment e reazioni della community. “Questa non è un’analisi su Chiara Ferragni. O meglio: non solo”, si legge a epigrafe del report.
Metodologia. Monitorando Facebook, Instagram (Stories escluse), X, News, Blog, YouTube, Reddit, Tumblr, TikTok attraverso Talkwalker, Exolyt, Fanpagekarma e Inflead, l’analisi rileva che la crisi è stata soprattutto reputazione, non di performance, nonostante il forte calo di follower e l’impatto mediatico negativo, il sentiment non è ostile, ma neutro, e una forte divaricazione tra il racconto dei media tradizionali, il comportamento degli utenti sui social e quella che potrebbe essere una lezione per i marchi. Il report si può consultare qui.
Purché se ne parli. Il ‘caso’ Ferragni nella lettura di 40Degrees è utile non perché sia eccezionale, ma perché esemplare: rende finalmente visibile una frattura “tra ciò in cui diciamo di credere e ciò che, nei fatti, continuiamo a fare online”, si legge.
Engagement, reach e capacità di generare interazioni confermano che l’attenzione non è mai venuta meno, mentre nel contesto digitale attenzione e reputazione non necessariamente coincidono. Quanto alla distanza nel racconto fatto dai media tradizionali e le piattaforme social, i primi hanno pedissequamente seguito la parabola della ‘caduta’, sulle seconde invece interazioni, commenti e partecipazione non si sono mai fermati.
Performance e consenso non sono sinonimi, ribadisce il report riferendosi in particolare al post pubblicato dopo la sentenza. Elevatissimo il numero di link e commenti, ma con un sentiment fortemente negativo. Citati ripetutamente “pagamento”, “ritiro della querela”, “proscioglimento, non assoluzione”, con l’accusa all’autrice di raccontare i fatti in modo fuorviante. C’è un astio che perdura e che secondo il report potrebbe avere ripercussioni sulle attività future, in particolare quelle con i marchi.
Neutralizzazione emotiva. In tanto parlare di autenticità che si fa sui social e nel marketing, dovrebbe apparire come un segnale interessante quella neutralizzazione emotiva rilevata dall’analisi. Il pubblico appare meno scandalizzato e più disincantato. Un disincanto che, secondo il report, è più complesso da ribaltare rispetto all’indignazione. Anzi, la cosa più rilevante su cui riflettere non sono i numerosissimi commenti negativi, quanto l’assenza di difesa da parte della sua community.
La lezione per i brand non è ‘se’, ma ‘come’: i numeri dicono che Chiara Ferragni resta rilevante, ma non funziona più la modalità ‘plug & play’. “Ogni eventuale ritorno dovrà essere progettuale, contestuale, narrativo. Non testimonialismo. Non celebrazione. Costruzione di senso”, insiste il report. Ora il ritorno c’è, come volto di Guess.





