Nasce Sapona, brand italiano di personal care con l’impatto sociale nel modello di business

Dal 23 settembre è arrivato sul mercato un brand Italiano del personal care costruito attorno a un prodotto millenario, il sapone di Aleppo, reinterpretato con un nuovo modello di business e impatto. Per ogni pezzo venduto, uno viene donato a chi vive in povertà igienica attraverso la Comunità di Sant’Egidio. I founder Anas Anjrini e Judy Tozan hanno raccontato il progetto a Brand News

Nasce Sapona, brand italiano di personal care con l'impatto sociale nel modello di business

C’è un modo di fare impresa in cui l’impatto sociale non è un elemento aggiunto, né qualcosa da raccontare, ma parte del modo stesso in cui l’azienda è costruita. È la strada che ha deciso di percorrere Sapona, startup italiana del personal care sul mercato dal 23 settembre con un modello ben preciso: fare in modo che ogni acquisto possa contribuire a contrastare la povertà igienica. Per ogni prodotto venduto, infatti, un altro viene donato attraverso la Comunità di Sant’Egidio.

A lanciarlo sono Anas Anjrini e Judy Tozan, entrambi siriani e in Italia dal 2019. Tozan era già imprenditrice prima dell’arrivo nel nostro Paese, mentre Anjrini ha alle spalle diversi anni di esperienza in Unilever Italia nello sviluppo commerciale e, successivamente, in A|cube/Avanzi, dove si è occupato di accelerazione e sviluppo di startup a impatto.

Anas Anjrini e Judy Tozan

Sapona, la startup di personal care contro la povertà igienica

Il progetto parte da una constatazione: in Italia il mercato del personal care vale miliardi di euro, mentre una famiglia su dieci vive in condizioni di povertà igienica. Non una contraddizione accidentale, secondo l’azienda, ma il risultato di un sistema capace di generare molto valore e, allo stesso tempo, di lasciare indietro chi a quel valore non riesce ad accedere.

«Sapona nasce da una scelta molto semplice: non aggiungere un altro bisogno al mercato del personal care, ma togliere», spiegano i founder.

Il prodotto scelto è il sapone di Aleppo, realizzato in una saponeria storica della città con quattro ingredienti, senza profumo aggiunto e con 24 mesi di stagionatura. Il processo viene completato in Italia, nei magazzini Sapona in Toscana. Un panetto da 170 grammi dura in media circa due mesi: sei pezzi possono quindi coprire il consumo di circa un anno. Il primo lotto è in vendita in 3.000 pezzi.

“La Doccia che Conta”: un sapone donato per ogni acquisto

È però “La Doccia che Conta” a tradurre questa idea in pratica: per ogni Sapona acquistato, uno identico viene destinato, attraverso la Comunità di Sant’Egidio, a persone e famiglie che vivono una situazione di povertà igienica. «Non è nata semplicemente per vendere sapone, ma per fare in modo che un gesto di cura personale possa generare valore anche fuori dalla propria doccia», aggiungono Anjrini e Tozan.

Anche la trasparenza fa parte del modello. Sul sito vengono illustrati i costi e il contributo delle diverse parti, mentre le donazioni alla Comunità di Sant’Egidio vengono documentate e tracciate. «Vogliamo che chi compra possa vedere dove finisce quella promessa», raccontano i founder.

Il progetto è interamente autofinanziato, senza investitori esterni e senza un’agenzia incaricata di costruire il brand. Anjrini e Tozan seguono direttamente strategia, posizionamento, identità, e-commerce, comunicazione e modello di impatto, affiancati da specialisti per competenze specifiche. Oggi il team è composto dai due founder e da due collaboratori.

Il modello di crescita di Sapona: dal primo lotto al mercato

Ora la priorità, sottolineano i founder, è far entrare il brand nel mercato. «Non stiamo pensando a moltiplicare prodotti, canali o collezioni. Oggi abbiamo un primo lotto, un e-commerce e una direzione molto precisa: La Doccia che Conta. Il nostro lavoro adesso è portare Sapona nelle case, servire bene le persone che ci scelgono e trasformare il maggior numero possibile di docce da gesto automatico a gesto che genera valore».

La crescita dovrà arrivare soprattutto da un numero maggiore di persone che scelgono Sapona e continuano a sceglierla. «Per noi una scelta migliore significa anche questo: comprare meno spesso, ma scegliere qualcosa che dura di più e vale di più nel tempo».

Purpose e impatto sociale: il modello di Sapona

Ma in un momento storico in cui l’entusiasmo per il purpose si è raffreddato, ha ancora senso costruire un brand attorno a un forte impatto sociale? Per i founder sì, a condizione che non rimanga una dichiarazione. «Il problema non è il purpose. Il problema è quando il purpose resta una dichiarazione, una campagna di comunicazione, un packaging più sostenibile o un’iniziativa parallela al business. Le persone, comprensibilmente, si sono stancate delle promesse. Per noi l’impatto ha senso solo quando è incorporato nel modello: se cresce il business, deve crescere anche l’impatto. Non perché lo raccontiamo di più, ma perché il meccanismo economico lo rende inevitabile».

 

Luca Orma

Nasce Sapona, brand italiano di personal care con l’impatto sociale nel modello di business ultima modifica: 2026-09-30T10:12:41+02:00 da Redazione

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